24 marzo 2022
ADRIANO ARLENGHI
E’ un gesto semplice. Basta girare il rubinetto. Ci stupiremmo che non accadesse.
Un’acqua chiara e trasparente affonda nelle nostre mani e pulisce la nostra faccia, ogni mattina. A questo miracolo non ci facciamo poi molto caso. Tanto che spesso l’acqua la sprechiamo.
Anche se ora costa un po’ di più la utilizziamo in modo irrazionale. Non sarà così per sempre. Ormai la siccità che vediamo nei nostri campi, nelle rogge e nei fiumi maggiori, inizia a spaventarci.
Noi che siamo la terra più ricca di acqua vediamo scarseggiare la disponibilità. Guardiamo il cielo ed è sgombro di nuvole.
Ci fa piacere e inforchiamo la bici felici, ma siamo tirati per la giacchetta dai campi e dagli alberi che hanno sete e fanno man bassa delle riserve che conservano nelle radici.
Parliamo dell’oro blu. Ci ricordiamo di quella volta, quando Danielle, la figlia prediletta di Mitterand ci disse che le prossime guerre non sarebbe più state combattute per il petrolio od il gas come avviene ora, ma per l’accesso all’acqua.
Chiare fresche e dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna, recitava il Petrarca.
Altri tempi. Tempi felici. Il cambiamento climatico generato da un sistema economico che ha bisogno di essere corretto o cambiato, ci fa sapere che è quasi troppo tardi, oppure che avremo a disposizione una ventina di anni o poco più per interventi radicali, per cambiare strada e stili di vita.
Ma noi che diciamo di volere bene ai nostri nipotini e di fare i salti mortali per costruire per loro un futuro almeno accettabile, in realtà ce ne freghiamo.
Affondati nella società liquida del presente tendiamo a scacciare la parola futuro. E’ troppo faticosa da reggere e da coniugare. Ci penseranno i posteri, ci diciamo. Oppure la tecnologia, la scienza, il destino, il fato, la fortuna, la creatività, o qualcosa d’altro. Sappiamo che non sarà così, ma il pensarlo ci sgrava l’anima dal rimorso. Così regaliamo colombe e non prospettiva, giocattoli e non opportunità.
E poi ecco che invece di coalizzare l’umanità in una grande battaglia, l’unica etica, per riequilibrare risorse e giustizia, farnetichiamo sull’importanza di annettere pezzi di terra e bruciare le città con carri armati e bombe al fosforo. Che danni terribili producono non solo all’umanità che li sperimenta dentro alle proprie lacrime, ma anche all’ambiente.
Non è più possibile oggi nemmeno cantare, come suggeriva in una sua ballata Fabrizio De Andrè “e c’è chi aspetta la pioggia, per non piangere da solo”…
